Cenere cenere cenere

Liberamente tratto dalla fiaba di Cenerentola di H. C. Andersen testo e regia di G. Putzolu

Il padre di Martina, che per lavoro trascorre lunghi periodi lontano da casa, si sente incapace, dopo la morte della moglie, di affrontare la nuova situazione, non riesce a stare vicino alla bambina, ad aiutarla a crescere. Martina conosce così la solitudine. Unica sua compagnia sono gli animaletti che gironzolano per casa: una formichina, due lucertoline e due topolini, che a modo loro cercano, pur con strategie e carateri diversi, la felicità. Per dare un po’ di compagnia alla piccola, il padre di Martina decide così di risposarsi. La matrigna, a sua volta vedova, ha già due figlie, e fuma tanto, GITANES (senza filtro), buttando dappertutto cenere... cenere… cenere, che Martina deve raccogliere continuamente. La famiglia è sì arrivata, ma sembra la versione peggiore… della famiglia Addams. Nella solitudine le lacrime sembrano trasfigurare e affogare la realtà di Martina. È l’incontro con un’altra solitudine, un bambino di nome Carlo, che l’aiuterà a trovare il coraggio e la forza di reagire, di costruire, faticosamente, uno sguardo verso il fututo. Alla fine della storia saranno i genitori a restare soli… sfiniti dai continui impegni, cadranno addormentati sulle loro poltrone… non si accorgeranno nemmeno che la casa si è svuotata e che Carlo e Martina hanno compiuto l’ultimo atto d‘amore, mettergli addosso una coperta prima di uscire e spegnere la luce. Un solo attore, senza scenografie né oggetti, solo con la parola e la fantasia, attraverso una rivisitazione poetica e molto divertente della fiaba di Cenerentola, affronta una problematica del nostro tempo che coinvolge tutti: la crescita in solitudine dei bambini.